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13 Gennaio 2026

Bakeneko e Nekomata: quando i gatti diventano yōkai tra mito, orrore e cultura pop giapponese

Bakeneko e Nekomata: quando i gatti diventano yōkai tra mito, orrore e cultura pop giapponese
13 Gennaio 2026

Chiunque ami il folklore giapponese sa che i gatti, in Giappone, non sono mai soltanto gatti. Dietro quegli occhi che sembrano osservare qualcosa che noi umani non vediamo, si nasconde un intero universo di leggende, superstizioni e racconti inquietanti tramandati per secoli. Tra tutte le creature nate dall’immaginario popolare nipponico, poche sono affascinanti quanto il Bakeneko e il Nekomata, due yōkai felini che incarnano perfettamente il confine sottile tra quotidiano e soprannaturale. A prima vista possono sembrare simili, quasi intercambiabili, ma basta scavare appena sotto la superficie per rendersi conto che la differenza tra loro è fatta di dettagli sinistri, storie sanguinose e di un rapporto con la morte che mette i brividi anche ai fan più navigati dell’horror orientale.

Nel folklore giapponese l’idea che un animale domestico possa trasformarsi in qualcosa di altro è tutt’altro che rara, ma il gatto occupa un posto speciale. Creatura indipendente, notturna, elegante e imprevedibile, è stato per secoli considerato una presenza ambigua, capace di portare fortuna ma anche di attirare sventure. Da qui nasce il mito dei gatti che, invecchiando o crescendo oltre una certa misura, sviluppano poteri soprannaturali. Il Bakeneko rappresenta il primo stadio di questa metamorfosi: un gatto che ha vissuto troppo a lungo, che ha accumulato rancori, affetto o semplicemente energia spirituale sufficiente a spezzare il confine tra mondo umano e mondo degli spiriti.

Il Bakeneko, letteralmente “gatto mostruoso”, conserva spesso l’aspetto di un normale felino, seppur più grande e inquietante.

La sua vera natura emerge quando si alza sulle zampe posteriori, quando parla con voce umana o quando inizia a giocare con quelle misteriose sfere di fuoco che fluttuano nell’oscurità delle case giapponesi. La sua abilità più temuta resta però la trasformazione: il Bakeneko può assumere sembianze umane, spesso quelle di una donna, dando vita alla figura della nekomusume, una donna-gatto che tradisce la sua origine felina con piccoli dettagli, uno sguardo troppo fisso, un sorriso innaturale, un’ombra che non segue le regole della luce. In alcune storie arriva persino a divorare una persona per sostituirsi a lei, infiltrandosi nella vita quotidiana come un parassita perfetto.

Le leggende che ruotano attorno al Bakeneko non sono semplici racconti dell’orrore, ma vere e proprie parabole popolari. Il mito del gatto che prende il posto della madre di Takasu Genbei è uno dei più disturbanti: una storia che parla di perdita, di lutto e di come il soprannaturale possa insinuarsi nei legami familiari più sacri. Il Bakeneko, in questo caso, non è solo un mostro, ma la manifestazione di un affetto distorto, di un legame che sopravvive alla morte in una forma sbagliata e predatoria. Allo stesso modo, il racconto del braccio felino mozzato da Hirase di Sakai sembra uscito da un moderno film J-horror, con quella tensione lenta, l’orrore che si manifesta in un singolo dettaglio e la rivelazione finale che lascia il lettore con un senso di inquietudine persistente.

Accanto a queste storie emerge un altro aspetto fondamentale del Bakeneko: il suo rapporto con i defunti. Molti racconti lo vedono aggirarsi durante i funerali, attirato dai cadaveri o legato in modo morboso al proprio padrone anche dopo la morte. Non è un caso che in alcune regioni del Giappone fosse diffusa l’abitudine di tenere i gatti chiusi in casa dopo la morte di un familiare, per timore che potessero trasformarsi e profanare il corpo. In questo senso, il Bakeneko è una figura ambigua, sospesa tra amore e orrore, tra fedeltà e profanazione.

Se il Bakeneko incarna l’ambiguità, il Nekomata rappresenta il passo successivo, quello da cui non si torna indietro.

La sua caratteristica più iconica è la coda biforcuta, simbolo di una trasformazione completa e irreversibile. Secondo molte leggende, quando un Bakeneko continua a vivere e ad accumulare potere, la sua coda si divide, segnando la nascita del Nekomata. Questa creatura è più grande, più potente e decisamente più ostile. Se il Bakeneko può ancora mostrare tratti quasi giocosi o ironici, il Nekomata è associato a vendetta, rancore e necromanzia.

Il legame del Nekomata con il mondo dei morti è profondo e disturbante. Si dice che si nutra di carogne e che possieda il potere di rianimare i defunti, muovendoli come burattini semplicemente agitando le sue due code. Non si tratta di un potere usato per scopi nobili, ma di una forma di divertimento crudele o di vendetta spietata. Chi maltratta un gatto rischia, secondo queste storie, di vedere tornare i propri cari defunti per perseguitarlo, strumenti di una punizione che va oltre la morte stessa. È un’immagine potentissima, che riflette una paura profondamente radicata nella cultura giapponese: quella di non poter trovare pace nemmeno dopo la fine.

Anche il Nekomata, come il Bakeneko, può assumere forma umana, ma la nekomusume che ne deriva è molto diversa. Qui non c’è seduzione o ambiguità affascinante, ma un’aura tetra, malsana, quasi pestilenziale. Sono donne dall’aspetto maturo, spesso associate a malattie e sventure, presenze che portano con sé il peso della morte. La leggenda ambientata nella casa del samurai dell’Echigo è un esempio perfetto di come il folklore giapponese sappia costruire tensione: piccoli fenomeni inspiegabili, una fiammella che vaga nella notte, oggetti che si muovono da soli, fino alla rivelazione finale del gigantesco gatto a due code. L’orrore non esplode mai in modo plateale, ma cresce lentamente, insinuandosi nella quotidianità.

Queste figure non sono rimaste confinate ai racconti antichi. La loro influenza attraversa secoli e arriva fino alla cultura pop contemporanea. Manga, anime, videogiochi e film hanno spesso rielaborato Bakeneko e Nekomata, fondendoli talvolta con altre figure come la kitsune, ma lasciando intatto il fascino dei gatti soprannaturali. La nekomusume, in particolare, è diventata un’icona visiva amatissima, contribuendo alla diffusione delle nekomimi, le famose orecchie da gatto che oggi popolano cosplay, fanart e immaginari otaku. Dietro quell’estetica apparentemente kawaii, però, sopravvive l’eco di storie oscure, di gatti che osservano i vivi e i morti con lo stesso sguardo imperscrutabile.

Bakeneko e Nekomata raccontano molto più di semplici mostri. Parlano del rapporto dell’uomo con gli animali, della paura dell’invecchiamento, del rispetto dovuto ai morti e delle conseguenze della crudeltà. Sono yōkai che nascono in casa, accanto al focolare domestico, e proprio per questo risultano così disturbanti. La prossima volta che un gatto vi fisserà nel buio, magari con la coda che si muove lenta, vale la pena ricordare queste leggende. Perché nel folklore giapponese, e forse anche un po’ nella nostra immaginazione nerd, non è mai solo un gatto. E chissà quante storie potrebbe raccontare, se decidesse di parlare.

L’articolo Bakeneko e Nekomata: quando i gatti diventano yōkai tra mito, orrore e cultura pop giapponese proviene da CorriereNerd.it.

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