Il nome Bubsy evoca sempre una reazione istintiva. Un mezzo sorriso, una smorfia, un ricordo che torna storto. Per chi c’era negli anni Novanta non è mai stato solo un personaggio: era una promessa esagerata, un mascotte con l’ego troppo grande per stare dentro i limiti di un platform. Ed è proprio da lì che riparte tutto, adesso che Atari ha deciso di riaprire una porta che molti davano murata da tempo, affidandola alle mani sorprendenti di Fabraz. Non è un’operazione nostalgia da scaffale polveroso. Si sente subito. Bubsy 4D arriva il 22 maggio e non chiede scusa per il passato, non finge di essere altro. Accetta quella fama ingombrante e ci gioca sopra, con una consapevolezza che è quasi autoironica. Bubsy torna tridimensionale per la prima volta dai tempi in cui il 3D era più una scommessa che un linguaggio, e lo fa sapendo perfettamente che il suo nome porta con sé aspettative, dubbi, battute pronte a partire.
La sensazione, leggendo tra le righe e guardando il materiale diffuso finora, è che qui non si stia tentando di “riparare” Bubsy, ma di lasciarlo finalmente essere se stesso. Velocità, movimento continuo, scivolate, planate, un senso dello spazio che non ha paura di essere esagerato. Un platform che sembra voler dialogare con chi oggi gioca a titoli raffinati e fluidissimi, ma senza rinnegare quell’anima un po’ sfrontata che lo ha sempre distinto. C’è qualcosa di liberatorio in questa scelta, come se qualcuno avesse smesso di chiedersi se Bubsy piaccia a tutti e avesse deciso di farlo piacere davvero a chi è disposto a seguirlo.
La trama, quasi un pretesto dichiarato, ruota attorno al Vello d’Oro sottratto da creature che sembrano uscite da un incubo di stoffa e circuiti. Pianeti alieni, mondi che richiamano materiali, cuciture, superfici morbide e colori accesi. Un’estetica che strizza l’occhio a quell’indie contemporaneo che ama mescolare craft e surrealismo, ma che resta leggibile, immediata, pensata per essere attraversata di corsa. Ogni area sembra costruita per essere dominata dal movimento, non subita. Ed è qui che Fabraz dimostra di sapere esattamente dove mettere le mani.
In mezzo a tutto questo, Bubsy parla. Commenta. Si prende in giro. Ammette persino di avere una carriera discutibile. È una scelta rischiosa, ma tremendamente onesta. Il personaggio smette di essere un simbolo muto del passato e diventa una voce che sa di essere guardata con sospetto. Un bobcat che torna sul palco con le unghie fuori, consapevole di dover dimostrare qualcosa, ma senza la rigidità di chi vuole essere assolto.
C’è spazio anche per il collezionismo fisico, che in questo momento storico non è mai un dettaglio. L’edizione da scaffale per Nintendo Switch e Switch 2 sembra pensata proprio per chi sente ancora il peso di una cartuccia tra le mani, per chi ama sfogliare un artbook mentre la console è spenta, per chi considera un manuale non un accessorio, ma parte dell’esperienza. Non è un vezzo nostalgico fine a se stesso, è un modo di dichiarare che Bubsy vuole tornare anche negli spazi fisici, non solo nelle librerie digitali.
E poi c’è la colonna sonora, firmata da Fat Bard, che promette groove, ironia e quella leggerezza funk che sembra cucita addosso al personaggio. Musica che accompagna il movimento invece di sovrastarlo, che strizza l’occhio senza diventare parodia. Anche qui, una scelta di equilibrio che racconta quanto il progetto sia stato pensato come un insieme coerente, non come un collage di buone intenzioni.
Forse la cosa più interessante di questo ritorno è proprio il suo tempismo. In un’epoca in cui il revival è spesso sterile o troppo rispettoso, Bubsy 4D sceglie una strada diversa. Non chiede di essere amato incondizionatamente. Chiede di essere provato, attraversato, giudicato pad alla mano. Come se dicesse: “So da dove vengo. Ora guarda dove posso andare”.
E allora la domanda resta sospesa, come una planata a metà livello. Bubsy riuscirà finalmente a scrollarsi di dosso quell’etichetta che lo ha inseguito per decenni, o finirà per riscriverla con un significato nuovo? Forse la risposta non sta nelle recensioni, ma in quel momento preciso in cui qualcuno, controller alla mano, smetterà di sorridere per nostalgia e inizierà a farlo per puro divertimento.
L’articolo Bubsy 4D: il ritorno più imprevedibile del platform anni ’90 firmato Atari proviene da CorriereNerd.it.


