
I gatti hanno un talento incredibile per sconvolgere la vita delle persone senza sembrare minimamente interessati alle conseguenze. Entrano in una stanza, individuano il posto più comodo, ignorano qualsiasi tentativo di stabilire delle regole e, senza pronunciare una parola, finiscono per diventare il centro delle nostre giornate. Chiunque abbia condiviso casa con un felino conosce quella particolare sensazione di essere contemporaneamente proprietario, coinquilino e personale di servizio di una creatura che considera ogni nostra decisione assolutamente discutibile. Eppure, dietro quell’atteggiamento apparentemente altezzoso, si nasconde qualcosa che noi esseri umani facciamo una fatica enorme a comprendere: la capacità di abitare il presente senza trasformare ogni istante in una corsa verso quello successivo. Forse è anche per questo che la storia di un monaco buddista coreano e di un piccolo gatto randagio riesce a essere così affascinante. Si intitola Un giorno un gatto ha bussato alla mia porta, arriva nelle librerie italiane il 20 ottobre 2026 grazie a HarperCollins Italia e racconta un incontro apparentemente insignificante destinato a trasformarsi in una sorprendente lezione di vita. Il suo autore, Bokyeong Sunim, non aveva certamente bisogno di un insegnante a quattro zampe. O almeno, probabilmente era quello che pensava prima di incontrarlo.
La storia comincia lontano dall’immagine della Corea del Sud che siamo abituati a incontrare attraverso i K-drama, i videoclip K-pop e le fotografie notturne di Seoul illuminate da insegne colorate. Dopo dodici anni trascorsi come abate di un tempio cittadino, immerso nei ritmi della capitale sudcoreana, il venerabile Bokyeong decide di tornare nel monastero montano dove aveva intrapreso il proprio percorso religioso. Il contrasto è fortissimo: da una metropoli che sembra non dormire mai alla quiete delle montagne, dal continuo movimento urbano a una quotidianità scandita dalla meditazione, dalle stagioni e dai gesti più semplici. Il monaco cerca una dimensione raccolta, lontana dalle distrazioni, ma durante un inverno particolarmente freddo la sua routine viene interrotta dall’arrivo di un gatto randagio bianco e arancione. Nessuna apparizione mistica, nessun evento straordinario. Soltanto un animale che ha bisogno di riparo e un essere umano che decide di accoglierlo. Quello che dovrebbe essere un incontro passeggero si trasforma gradualmente in una convivenza, e il piccolo ospite finisce per mettere in discussione certezze che anni di disciplina spirituale sembravano aver consolidato.
La cosa che mi incuriosisce maggiormente di questa storia è proprio il ribaltamento dei ruoli. Siamo abituati a considerare i monaci buddisti come figure capaci di trasmettere saggezza attraverso la meditazione, lo studio e una conoscenza profonda dell’esistenza. Bokyeong, invece, scopre che un animale completamente estraneo alle nostre costruzioni filosofiche può insegnare qualcosa di essenziale semplicemente comportandosi secondo la propria natura. Il gatto non conosce le dottrine religiose, non cerca l’illuminazione e non si preoccupa di lasciare un insegnamento. Ha fame, dorme, osserva, esplora, cerca vicinanza oppure preferisce stare da solo. Ed è proprio questa assenza di intenzionalità a rendere interessante il rapporto raccontato nel libro: il monaco deve imparare a interpretare un linguaggio che non passa attraverso le parole e ad accettare una presenza che non può controllare completamente. Una relazione affettuosa, insomma, nella quale l’amore non coincide necessariamente con il possesso.
Chi segue la cultura coreana probabilmente riconoscerà anche un dettaglio particolarmente divertente. In Corea del Sud i proprietari di gatti vengono spesso chiamati scherzosamente 집사 (jipsa), termine traducibile come maggiordomo o servitore domestico. È un’espressione diventata popolarissima tra gli amanti dei felini, perché descrive perfettamente quella sensazione di essere stati assunti da un gatto senza aver mai sostenuto un colloquio. L’idea che persino un venerabile monaco buddista possa ritrovarsi in questa situazione è irresistibile, ma racconta anche qualcosa di più profondo della cultura contemporanea coreana. Dietro le immagini tecnologiche e iperconnesse del Paese sopravvive una tradizione spirituale antichissima, nella quale il rapporto con la natura e gli altri esseri viventi conserva un significato importante. Bokyeong Sunim è stato ordinato presso il monastero di Songgwangsa, uno dei centri storici più prestigiosi del buddismo coreano, e la sua esperienza religiosa rappresenta il fondamento delle riflessioni che attraversano il libro. La sua biografia, riportata anche dall’editore britannico Profile Books, permette di comprendere come questa vicenda nasca dall’incontro tra una pratica spirituale reale e la quotidianità più imprevedibile.
E poi, diciamolo, la letteratura asiatica sembra avere sviluppato un rapporto specialissimo con i gatti. Se avete amato Il gatto che voleva salvare i libri di Sōsuke Natsukawa oppure Se i gatti scomparissero dal mondo di Genki Kawamura, sapete benissimo di cosa parlo. Sono storie molto diverse, entrambe giapponesi, che affidano alla presenza felina riflessioni sulla perdita, sui sentimenti e sulle cose alle quali attribuiamo valore. La narrativa contemporanea dell’Asia orientale ha spesso questa capacità di affrontare temi enormi attraverso situazioni quotidiane, preferendo gesti minuscoli alle grandi dichiarazioni. Anche Un giorno un gatto ha bussato alla mia porta sembra inserirsi in questa sensibilità, pur distinguendosi per la sua natura autobiografica e contemplativa. Non è un fantasy nel quale il gatto possiede poteri soprannaturali e nemmeno un romanzo costruito intorno a un mistero da risolvere. Qui la meraviglia nasce dal riconoscimento di qualcosa che normalmente trascuriamo: il tempo trascorso insieme può cambiare il modo in cui osserviamo noi stessi.
Da gamer, trovo particolarmente interessante il rapporto tra questo tipo di narrazione e i videogiochi contemplativi. Penso a Stray, che ci permette di esplorare una città attraverso gli occhi di un gatto, oppure a Spiritfarer, dove prendersi cura degli altri diventa una maniera delicatissima per parlare di perdita e accettazione. Non sono opere filosoficamente identiche al libro di Bokyeong, naturalmente, ma condividono una sensibilità che apprezzo molto: la possibilità di raccontare emozioni complesse senza trasformarle necessariamente in conflitti spettacolari. Una ciotola riempita, una presenza silenziosa, un’abitudine che cambia possono diventare eventi narrativamente significativi. E in un periodo storico nel quale siamo continuamente incoraggiati a ottimizzare il nostro tempo, produrre contenuti e dimostrare risultati, leggere di un monaco che impara a osservare il mondo attraverso un gatto possiede qualcosa di piacevolmente controcorrente.
Anche il significato della saggezza zen merita qualche attenzione. Spesso utilizziamo la parola zen per descrivere qualsiasi cosa ci faccia rilassare, da una playlist lo-fi a una stanza arredata con pochi oggetti, ma la tradizione spirituale alla quale appartiene Bokyeong è molto più articolata. Il buddismo coreano, e in particolare la tradizione meditativa Seon, condivide radici storiche con il buddhismo Chan cinese e quello Zen giapponese, pur possedendo caratteristiche proprie. Al centro troviamo l’attenzione alla mente, alla pratica e alla comprensione dell’esperienza, non la ricerca di una serenità artificiale nella quale ogni problema scompare magicamente. Per questo mi sembra interessante leggere la convivenza raccontata dal monaco anche come un esercizio di accettazione dell’imprevisto. Accogliere un animale significa modificare abitudini, confrontarsi con esigenze differenti e riconoscere che un altro essere vivente non è un’estensione di noi stessi. La pazienza, in questo contesto, smette di essere un concetto astratto e diventa qualcosa che si impara giorno dopo giorno.
L’edizione italiana di Un giorno un gatto ha bussato alla mia porta, sottotitolata Una storia di saggezza zen da un gatto e il suo monaco, conta 272 pagine e sarà pubblicata da HarperCollins Italia il 20 ottobre 2026, al prezzo di 18,90 euro per l’edizione cartacea e 9,99 euro per l’eBook. La versione internazionale, intitolata One Day a Cat Came to Me, viene presentata dall’editore britannico come un bestseller coreano dedicato alla compagnia, alla pazienza e alla relazione con la natura. Non sorprende che una storia simile abbia trovato lettori anche fuori dalla Corea: il rapporto tra esseri umani e animali attraversa culture, generazioni e linguaggi differenti, mentre il desiderio di trovare un po’ di spazio per sé è diventato qualcosa di estremamente riconoscibile.
Forse, però, la riflessione più interessante riguarda proprio quello che noi persone tendiamo ad aspettarci dai rapporti affettivi. Siamo continuamente alla ricerca di conferme, risposte e spiegazioni, mentre gli animali costruiscono relazioni attraverso una grammatica completamente diversa. Un gatto può scegliere di trascorrere ore lontano da noi e poi addormentarsi tranquillamente accanto alla nostra mano, senza che questa apparente contraddizione rappresenti un problema. Può cercare compagnia senza desiderare attenzioni continue. Può insegnarci, involontariamente, che condividere la vita non significa necessariamente riempire ogni silenzio. Il percorso di Bokyeong sembra suggerire proprio questo: la solitudine e la compagnia non sono sempre condizioni opposte, perché talvolta impariamo davvero a stare con qualcuno soltanto dopo aver compreso come stare con noi stessi.
E mentre penso a quel piccolo gatto bianco e arancione che attraversa il freddo delle montagne coreane per ritrovarsi accanto a un monaco, mi viene da sorridere all’idea che la saggezza possa avere baffi, zampe e un’indiscutibile passione per i posti caldi. Magari il nostro prossimo grande insegnante non sarà un filosofo, un maestro spirituale o il protagonista di un anime particolarmente profondo, ma quella creatura che continua a camminare sulla tastiera proprio mentre cerchiamo di finire qualcosa di importante. Voi avete mai avuto la sensazione che un gatto, o un altro animale entrato nella vostra vita, vi abbia insegnato qualcosa che nessuna persona era riuscita a spiegarvi? Raccontatecelo nei commenti di CorriereNerd.it oppure venite a condividere le vostre storie sulla nostra pagina Instagram, sul gruppo Facebook di Satyrnet e sul canale Telegram. Sono curiosissima di conoscere gli incontri che vi hanno cambiato, soprattutto quelli che, almeno all’inizio, sembravano soltanto una richiesta di croccantini.
L’articolo Un giorno un gatto ha bussato alla mia porta: il monaco coreano che ha imparato la vita da un gatto proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

