
Affidare la propria sopravvivenza a un gatto sembra una decisione discutibile, soprattutto considerando quanto seriamente i felini prendano il diritto di ignorarti. Affidargli anche il proprio battito cardiaco, però, trasforma quella convivenza complicata in una premessa capace di conquistarmi prima ancora di capire come si impugna un’arma. Ylem’s Cat parte da questa intimità stranissima: una ragazza, Molly, e una creatura dall’aspetto felino chiamata Mio si ritrovano legate fisicamente, mentre attorno a loro un pianeta sta morendo. Molly cerca sua madre, scomparsa; lungo il cammino la attendono rovine, giganti e domande che sembrano allargarsi a ogni scoperta. L’action-adventure di Diamond Cat Studio mette così insieme una ricerca familiare e un mistero fantascientifico, scegliendo come punto di contatto qualcosa di minuscolo rispetto alla scala del disastro: imparare a fidarsi di un altro essere.
Mio entra nella vita della protagonista salvandola dopo una catastrofe, e riceve il proprio nome dal verso che emette. Un dettaglio tenero, quasi domestico, incastrato dentro una situazione che di domestico ha ben poco. Può cambiare forma, possiede abitudini e umori propri, e il legame che lo unisce a Molly lascia aperta una questione bellissima: quanto conosciamo davvero qualcuno da cui dipendiamo? La presentazione ufficiale insiste sul fatto che l’affetto tra i due debba ancora costruirsi, anche dopo la condivisione del battito. Da appassionata di storie con compagni animali, trovo questa la promessa più delicata del progetto. Rendere adorabile una creatura è relativamente facile; darle una personalità che resista alle esigenze del giocatore richiede molto più coraggio. Il pensiero corre a Trico di The Last Guardian, a quella relazione fatta anche di attese e tentativi di comprendersi. È un’associazione emotiva, naturalmente, e servirà giocare a Ylem’s Cat per capire quanta autonomia abbia davvero Mio. Però l’idea di dover conoscere il proprio compagno, invece di considerarlo immediatamente disponibile a qualsiasi richiesta, mi interessa parecchio.
Anche la presenza dei giganti sposta la curiosità oltre il desiderio, assolutamente legittimo, di coccolare il gatto. Le informazioni diffuse parlano di colossi silenziosi, di un gigante appena nato e di Sentinelle che danno la caccia a Mio; la madre di Molly sembra collegata ai misteri che attraversano questo mondo. Seguirne le tracce significa quindi entrare in una storia precedente all’avventura della protagonista, provando a comprenderne conseguenze e omissioni. Trovo promettente questa sovrapposizione tra una domanda personale, «dove sei finita?», e interrogativi enormi sulla natura del pianeta. Le ambientazioni in rovina funzionano davvero quando suscitano il desiderio di ricostruire una vita, un’abitudine, una scelta sbagliata. Un edificio abbandonato può diventare molto più inquietante se immaginiamo chi lo abitava. E la ricerca di una madre offre a Molly una ragione concreta per attraversare quei luoghi: mentre noi cerchiamo indizi sulla storia del mondo, lei potrebbe cercare soprattutto la conferma di non essere rimasta sola.
Sul versante del gioco, osservare e imparare dovrebbero avere un peso sia nell’esplorazione sia nei combattimenti. Il materiale di presentazione invita a prestare attenzione ai movimenti delle Sentinelle, all’orbita del Gigante e alle pulsazioni di Ylem: fenomeni le cui regole possono aiutare a orientarsi e sopravvivere. Qui si accende la mia curiosità da gamer, perché scoprire una regola attraverso l’esperienza può regalare una soddisfazione molto particolare. Avete presente quel momento in cui tornate davanti a un ostacolo e vi accorgete che adesso lo state guardando diversamente? Outer Wilds ha costruito un’intera esperienza sul valore della conoscenza; citarlo aiuta a descrivere il fascino di questa promessa, senza presumere che Ylem’s Cat ne condivida struttura o profondità. Per ora resta da capire come gli sviluppatori tradurranno l’apprendimento in azioni concrete. Mi piacerebbe che fermarsi a osservare producesse scoperte utili anche durante uno scontro, facendo sentire il giocatore più attento al mondo che attraversa.
Mio dovrebbe essere indispensabile proprio in questa relazione con l’ambiente: determinati problemi possono essere risolti soltanto da lui, mentre la collaborazione con Molly entra anche nelle battaglie. Le sue curiosità vengono presentate come segnali da seguire, e questo apre una possibilità che mi piace molto: guardare dove guarda il gatto. Sembra un gesto semplice, eppure può cambiare il modo in cui esploriamo uno spazio, spostando l’attenzione dall’indicatore di missione al comportamento di una creatura. Naturalmente, il risultato dipenderà da quanto saranno leggibili le sue azioni e da quanto funzionerà il coordinamento. Un compagno imprevedibile può diventare memorabile oppure esasperante; spesso la distanza si misura nella capacità del gioco di farci capire cosa sta succedendo. Da quel delicato equilibrio potrebbe nascere anche l’affetto della community, quello che trasforma una piccola abitudine in fan art, battute condivise e discussioni lunghissime su un gesto apparentemente insignificante.
Ylem’s Cat è previsto per PC tramite Steam, come avventura per giocatore singolo, e non ha ancora una data d’uscita annunciata. L’entusiasmo, quindi, convive con parecchie domande ancora aperte. Personalmente sono incuriosita soprattutto da quel battito comune: spero trovi spazio nei ritmi dell’avventura, nella vicinanza tra i protagonisti, nel modo in cui imparano a cercarsi durante un pericolo. Sarebbe bello arrivare a preoccuparsi per Mio dopo averne conosciuto anche i lati scomodi, le esitazioni, le fissazioni da gatto. La parte di me cresciuta affezionandosi troppo ai compagni digitali sospetta già di essere vulnerabile. Voi quale creatura videoludica continuate a ricordare come qualcuno con cui avete condiviso un viaggio?
L’articolo Ylem’s Cat, un solo battito per due: la ragazza e il gatto che vogliono sopravvivere alla fine del mondo proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

