MARIA MEROLA - MEDIATORE FELINO
Passione e Professionalità al Servizio del Benessere dei vostri pet

Il cartello che ti avvisa dei gatti volanti: quando una strada racconta il Giappone (e qualcosa anche di noi)
A un certo punto succede sempre così: stai scrollando distrattamente, il cervello in modalità standby, quando bam — ti si pianta davanti agli occhi un cartello stradale giallo. Non uno qualunque. Non il solito omino che scivola o il cervo in posa da boss finale. No. Questo ha dei gatti. Neri. Sagomati. In aria. Come se qualcuno avesse congelato a mezz’aria l’istante preciso in cui un felino decide che la fisica è un’opinione. E tu lo sai già, prima ancora di leggere i commenti: internet farà casino. Qualcuno griderà al fake AI (come l’immagine di copertina che abbiamo usato), qualcun altro parlerà di arte urbana, uno tirerà fuori Miyazaki, uno dirà “solo in Giappone”. E invece no. È tutto terribilmente, meravigliosamente vero. Il cartello dice ネコ飛出し注意. Neko tobidashi chūi. Attenzione: gatti che sbucano all’improvviso. Non “forse”. Non “potrebbero”. Sbucheranno. Preparati. La cosa bella è che non è un segnale standard, non è un decreto calato dall’alto, non è burocrazia travestita da kawaii. È una roba locale, quasi artigianale. Comune, quartiere, associazioni. Gente che ha guardato una strada e ha pensato: qui i gatti attraversano come se fossero i protagonisti. E noi, umani secondari, dobbiamo adeguarci. Se sei stato almeno una volta

Scratch! Ubbidisci al gatto!: il libro ironico che racconta la vera vita con un felino in casa
C’è un momento preciso, nella vita di chi convive con un gatto, in cui smetti di fare finta che sia una relazione paritaria. Non è il giorno del primo divano graffiato, né quello in cui ti svegli alle cinque del mattino perché qualcuno ha deciso che la ciotola è scandalosamente vuota. È più sottile. Più intimo. È quando realizzi che stai chiedendo scusa a un animale che ti ignora con suprema eleganza. Da lì in poi non si torna indietro. È esattamente da quella consapevolezza che parte Scratch! Ubbidisci al gatto!, il nuovo libro di Grazia Giovanardi, in arrivo a metà febbraio per L’Airone Editrice. Ma attenzione: non aspettatevi l’ennesimo testo che prova a insegnarvi “come educare il gatto”. Qui siamo su un altro piano. Più onesto. Più ironico. Più vicino a quella sensazione familiare di vivere sotto un regime morbido ma inflessibile, dove il sovrano ha i baffi e dorme venti ore al giorno. Chi ha già incrociato i libri precedenti di Giovanardi lo sa: il suo sguardo sui gatti non è quello dell’addestratore, né quello del fan invasato che giustifica tutto. È lo sguardo di chi osserva, annota, ride e ogni tanto alza le mani. Da psicologa, certo.

Bubsy 4D: il ritorno più imprevedibile del platform anni ’90 firmato Atari
Il nome Bubsy evoca sempre una reazione istintiva. Un mezzo sorriso, una smorfia, un ricordo che torna storto. Per chi c’era negli anni Novanta non è mai stato solo un personaggio: era una promessa esagerata, un mascotte con l’ego troppo grande per stare dentro i limiti di un platform. Ed è proprio da lì che riparte tutto, adesso che Atari ha deciso di riaprire una porta che molti davano murata da tempo, affidandola alle mani sorprendenti di Fabraz. Non è un’operazione nostalgia da scaffale polveroso. Si sente subito. Bubsy 4D arriva il 22 maggio e non chiede scusa per il passato, non finge di essere altro. Accetta quella fama ingombrante e ci gioca sopra, con una consapevolezza che è quasi autoironica. Bubsy torna tridimensionale per la prima volta dai tempi in cui il 3D era più una scommessa che un linguaggio, e lo fa sapendo perfettamente che il suo nome porta con sé aspettative, dubbi, battute pronte a partire. La sensazione, leggendo tra le righe e guardando il materiale diffuso finora, è che qui non si stia tentando di “riparare” Bubsy, ma di lasciarlo finalmente essere se stesso. Velocità, movimento continuo, scivolate, planate, un senso dello spazio che non ha paura

Bakeneko e Nekomata: quando i gatti diventano yōkai tra mito, orrore e cultura pop giapponese
Chiunque ami il folklore giapponese sa che i gatti, in Giappone, non sono mai soltanto gatti. Dietro quegli occhi che sembrano osservare qualcosa che noi umani non vediamo, si nasconde un intero universo di leggende, superstizioni e racconti inquietanti tramandati per secoli. Tra tutte le creature nate dall’immaginario popolare nipponico, poche sono affascinanti quanto il Bakeneko e il Nekomata, due yōkai felini che incarnano perfettamente il confine sottile tra quotidiano e soprannaturale. A prima vista possono sembrare simili, quasi intercambiabili, ma basta scavare appena sotto la superficie per rendersi conto che la differenza tra loro è fatta di dettagli sinistri, storie sanguinose e di un rapporto con la morte che mette i brividi anche ai fan più navigati dell’horror orientale. Nel folklore giapponese l’idea che un animale domestico possa trasformarsi in qualcosa di altro è tutt’altro che rara, ma il gatto occupa un posto speciale. Creatura indipendente, notturna, elegante e imprevedibile, è stato per secoli considerato una presenza ambigua, capace di portare fortuna ma anche di attirare sventure. Da qui nasce il mito dei gatti che, invecchiando o crescendo oltre una certa misura, sviluppano poteri soprannaturali. Il Bakeneko rappresenta il primo stadio di questa metamorfosi: un gatto che ha vissuto

Pro Bono: il giudice caduto che riscrive la giustizia tra ironia e cicatrici
Alcuni personaggi non entrano in scena per insegnarti qualcosa. Ti sfidano. Ti irritano. Ti costringono a restare lì, davanti allo schermo, a chiederti se li stai odiando o se in fondo li stai capendo fin troppo bene. Pro Bono, il legal drama coreano arrivato su Netflix dopo la messa in onda su tvN tra dicembre 2025 e gennaio 2026, gioca esattamente su questa linea sottile. E lo fa con un protagonista che è tutto tranne che rassicurante. Kang Da-wit – o Kang David, come ama farsi chiamare nel suo lato più social e internazionale – è un ex giudice brillante, influencer legale con un seguito che farebbe impallidire molti creator di diritto comparato su TikTok. Ambizioso, elegante, affilato come una lama. Abituato a stare in alto. Poi qualcosa si rompe. Un incidente. Uno scossone pubblico e professionale che lo costringe a lasciare la magistratura e a rientrare dalla porta laterale del sistema: avvocato pro bono in uno studio legale d’élite. Ed è qui che la serie cambia pelle. Una caduta che sa di punizione, ma anche di opportunità Hho sempre avuto un debole per le storie di caduta e redenzione. Dalle tragedie greche ai kdrama moderni, il meccanismo è lo

La Thailandia incorona i suoi gatti sacri: quando i felini diventano simboli nazionali tra mito, cultura e identità
Quando un Paese decide di raccontarsi attraverso i propri animali simbolo, non sta facendo una semplice operazione d’immagine: sta scegliendo un linguaggio antico, fatto di miti, memoria e identità. La Thailandia lo ha fatto ufficialmente riconoscendo i gatti nativi thailandesi come simboli nazionali nella categoria degli animali domestici, un gesto che sembra uscito da un manoscritto illustrato più che da un documento governativo. E invece è tutto reale, concreto, strategico. Un atto che parla di tutela culturale, di genetica, di turismo, ma anche di storytelling nazionale degno delle migliori saghe fantasy. Il Regno del Sorriso ha deciso di proteggere e valorizzare cinque razze feline autoctone considerate pure, profondamente radicate nella storia e nel folklore locale. Parliamo del Wichienmaat, conosciuto nel mondo come Siamese, del Korat, del Suphalak, del Konja e del leggendario Khao Manee. Non semplici gatti, ma creature che nei secoli hanno abitato palazzi reali, templi, leggende popolari e antichi testi manoscritti come il Tamra Maew, una sorta di grimorio felino ante litteram, dove questi animali venivano descritti come portatori di fortuna, prosperità e protezione spirituale. Il riconoscimento ufficiale, sostenuto dal National Identity Committee, non nasce dal nulla. È il risultato di un’esigenza precisa: difendere l’origine genetica di queste

I gatti amano davvero le mamme umane? La scienza svela come i felini “usano” i papà per il cibo
Chiunque abbia mai condiviso casa con un gatto lo sa: convivere con un felino significa accettare di abitare un territorio narrativo complesso, fatto di silenzi carichi di significato, sguardi giudicanti e improvvise esplosioni di affetto che sembrano arrivare da un’altra dimensione. Il gatto non è un animale “semplice”, non lo è mai stato. È un personaggio degno del miglior romanzo fantasy urbano, uno di quelli che sembrano sapere sempre qualcosa in più di te. E ora, a quanto pare, la scienza ha deciso di togliere il mantello dell’ambiguità a uno dei misteri più antichi della cultura nerd domestica: il rapporto tra gatti, donne e uomini. Uno studio condotto dalla Università di Vienna ha messo sotto la lente d’ingrandimento la dinamica relazionale tra gatti e umani, confermando quello che molte “gattare” sospettavano da anni e che tanti “papà umani” faticavano ad ammettere. I gatti non si limitano a convivere con noi. Ci studiano. Ci classificano. E soprattutto, modulano il loro comportamento a seconda dell’interlocutore. La ricerca ha evidenziato un dato affascinante: con le donne, i gatti tendono a instaurare un rapporto più autenticamente sociale ed emotivo. Cercano interazione, prossimità, contatto. Non solo per bisogno, ma per scelta. È come se riconoscessero

Perché il tuo gatto odia le visite di Natale: tra istinto felino e caos festivo
Durante le feste natalizie le case si trasformano in veri e propri crossover da multiverso: parenti che arrivano come PNG non annunciati, voci che si sovrappongono come in una chat vocale caotica, profumi che cambiano scena ogni dieci minuti tra arrosti, dolci e spezie. Per noi umani è tutto parte dello spettacolo, una sorta di grande evento stagionale degno di un film corale. Per il gatto, invece, il Natale è più simile a un survival horror psicologico. Chi vive con un felino lo sa bene: appena suona il campanello e la porta si apre, il gatto sparisce. Non saluta, non osserva curioso come farebbe un cane, non partecipa. Semplicemente… svanisce. Dietro il divano, sotto il letto, dentro quell’anfratto segreto che giuravi non esistesse. E no, non è scortesia. È istinto puro. Dal punto di vista del gatto, quelle che noi chiamiamo “visite” non sono persone care che arrivano per festeggiare, ma un’invasione aliena a tutti gli effetti. Rumori improvvisi, risate troppo forti, voci sconosciute che parlano una lingua emotiva incomprensibile, odori nuovi che cancellano il profumo rassicurante del territorio. Il suo territorio. Perché qui sta il punto chiave: il gatto non vive la casa come un semplice spazio condiviso, ma

Indomabile: la rivoluzione di Will, il gatto che smette di scappare
Un gatto in fuga conosce bene il suono del mondo che gli corre contro. Sa quanto pesa il fiato di un predatore sul collo, quanto fa male la paura quando diventa abitudine, quanto può consumare un’esistenza passata a sgusciare via dagli angoli bui. Will sa tutto questo fin troppo bene. Eppure, nelle pagine di Indomabile, il fumetto scritto e disegnato da Mattia Pelusi per Weird Book (collana Dark House), accade qualcosa che manda in cortocircuito l’intera tradizione narrativa della preda: arriva un momento in cui correre non basta più. Un attimo esatto in cui un gatto, uno qualunque, decide che la fuga non è più un’opzione. Da qui parte una storia che profuma di ribellione, graffi e responsabilità. Una storia che indossa la struttura della favola dark ma dialoga con il linguaggio delle grandi graphic novel contemporanee. Will non è l’eroe che salva il mondo: è l’animale che cerca di salvare se stesso, fallisce, sbaglia, perde. E proprio mentre il mondo gli crolla addosso, si accorge che l’unico modo per non essere inghiottito è diventare qualcosa che non ha mai osato pensare: indomabile. Il mondo feroce di Will: quando i cani non sono più solo “bestie” Pelusi costruisce un universo
